EAS DAY 2018

Brescia 19 ottobre 2018

Simona Ferrari

Il questionario sul tema della valutazione - nel metodo Eas - ci restituisce qualche dato interessante. Il profilo di compilatori è dato da insegnanti che lavorano da più di 25 anni nella scuola e che riflettono sul tema (scuola primaria, area umanistica).

La valutazione come occasione di comprensione risulta prioritaria nella rappresentazione degli insegnanti.

Quanto costa valutare in termini di tempo? Progettazione di prove 44,26% Correzione di prove 41,16% Confronto con i colleghi 26,83% Valutare: interrogazioni (34,6%, prove scritte 38%, altre tipologie 47%).

Meno usati i compiti di gruppo (in chiave valutativa) e i compiti a casa (che sembrano non avere una ricaduta in termini valutativi). Pesano nelle considerazioni il progresso che lo studente fa e l’impegno che mette (elementi importanti certo, ma dobbiamo renderli oggetto di una riflessione più strutturata).

Quali problemi si incontrano? Eliminare le influenze di alcuni fattori (forse vanno esplicitate, più che eliminate). La costruzione delle rubric di valutazione (ancora molto faticose). La comunicazione (riuscire a concordare ed esplicitare i criteri tra colleghi). L’analisi della prova con lo studente (per rendere la valutazione formatrice).

Pier Cesare Rivoltella

Nel 1974 Mario Lodi affida alle colonne della Rivista Cooperazione educativa un pensiero decisivo sulla valutazione: “non sono capace di giudicare vostro figlio con un numero”, iniziava così il Maestro per introdurre il tema. “Mi sento capace di capire come ha vissuto fino ad ora”, proseguiva. Vediamo allora in che termini Mario Lodi può aiutarci a capire il senso della valutazione.

“Giudicare con i numeri”: la valutazione come misura significa riprendere la docimologia classica, figlia della psicometria e della statistica. Di quella genesi nel lessico di scuola rimane traccia quando si parla della media dei voti.

La valutazione diventa qui “pesatura della quantità” oppure “osservazione del comportamento esperto” (Tyler, la competenza come saper fare). Dunque, misurare si deve. Non ci si può esimere dal farlo anche perché altrimenti la valutazione sarebbe aleatoria. Detta in altro modo, si deve misurare perché altrimenti l’effetto alone predominerebbe.

La comparabilità dei dati serve all’insegnante per orientarsi (senza questo non ho modo di capire se mi seguono, se lo fanno tutti e quanto e quanti siano rimasti indietro). Ma attenzione, non riduciamo la valutazione alla misurazione!

Il numero non spiega i motivi del comportamento registrato, non distingue le variabili cognitive da quelle extra cognitive. Il numero certifica, non serve a valutare: certificazione e valutazione sono cose diverse. Certifico in uscita e sarebbe errato confondere gli aspetti. La valutazione mi serve per produrre apprendimento, se aspetto la fine di un ciclo il tempo che è alle spalle non è recuperabile.

L’errore è un indicatore di mancata comprensione, ecco che la valutazione non dovrebbe essere sommativa.

“Capire per aiutare”: la valutazione qui è formativa e la genesi è nell’ermeneutica e nel personalismo pedagogico. Diventa qui opportunità per valorizzare le capacità dello studente (valutazione come “dare valore”). È quello che definiamo come “apprezzamento” (valutare per apprezzare).

Si tratta di una istruzione che non dovrebbe lasciare indietro nessuno: questo l’obiettivo di una valutazione formativa. Cosa cambia in questa prospettiva? Certamente la considerazione dell’errore, da comportamento da evitare e sanzionare (il percorso netto) a opportunità per la classe.

Lavorare sull’errore è una occasione di apprendimento vero e proprio. Spazi e tempi della valutazione cambiano: da momento separato (in alcuni momenti “devo” valutare) e topico a momento integrato e ordinario (non ci sono momenti nei quali non posso valutare nella logica della valutazione diffusa informatrice).

“Non chiedere troppo”: “fa quel che può, quel che non può non fa”, diceva il Maestro Manzi e lo siglava attraverso un timbro sulle pagelle. In tema di personalizzazione, le differenze individuali esistono (qualche riferimento: Gardner, le neuroscienze e la plasticità, la genetica comportamentale che dice che siamo un combinato di codice genetico e condizionamenti ambientali che ci rendono unici).

La valutazione qui diventa diagnostica e tutoriale, servono allora nuovi strumenti “neutrali”, come diceva Gardner, ovvero quando non è sensibile al tipo di intelligenza in gioco. Se uso solo una prova, alcuni non arriveranno mai alla sufficienza. Occorre anche definire quando una valutazione è equa.

“Senza trascurare nulla di ciò che può fare”, in chiave di libertà e cittadinanza: non dobbiamo costringerli ad arrampicarsi sugli alberi, ma un curricolo minimo va prodotto. La valutazione non può essere indulgente, deve essere severa. Rispettare lo studente nelle sue capacità non significa trasformare la scuola in qualcosa di leggero.

Si può essere rigorosi, esigenti e severi ma rispettosi di ciò che gli studenti possono fare e di ciò che gli studenti possono realizzare (scoprire i talenti, questo è uno dei compiti dell’insegnante).

Significa anche garantire le opportunità di riuscita. Don Milani aveva capito che il compito dell’istruzione è di garantire a tutti opportunita di riuscita (e non semplicemente l’accesso).

Quando una persona è libera e sociale? Quando è responsabile e dotato di pensiero critico, capace di rispettare sè e gli altri. Serve il metodo eas qui?

Serve il metodo eas qui? Il metodo offre numerose misurazioni in ogni fase (esigenza di valutazione diffusa). Nell’eas l’errore è al centro, quando nella fase ristrutturativa l’insegnante è capace di individuare gli aspetti critici. L’eas offre all’insegnante un’ampia possibilità di personalizzazione (nel lavoro preparatorio, ma anche nel lavoro di gruppo). E infine, porta in primo piano la discussione e la riflessività.

“Il voto è una spina nel nostro fianco. Chiama in causa il giudizio, interpella i criteri di valutazione. Convoca la legge che li ha stabiliti. Distribuisce i meriti. Certifica titoli. Attira tensioni. Esalta e redarguisce. Lusinga e strapazza. Premia e punisce. Elogia e mortifica. È il terreno di coltura della competizione, dell’invidia, del rancore e della felicità effimera. Per chi insegna si può trasformare facilmente in un’arma a doppio taglio” (Affinati). Maneggiare con cura!

Fabio Fiore

Eas come spazio di risonanza: questa teoria illumina sotto una diversa luce il metodo: come se fosse una stessa stessa stanza illuminata in modo diverso. Hartmut Rosa, accelerazione, alienazione e risonanza sono i termini chiave (e l’autore chiave).

Dresda, scuola di Francoforte, Hartmut Rosa appartiene a questo filone e può essere un riferimento importante in termini teorici.

La teoria della risonanza, più che ai risultati, guarda agli studenti. L’accelerazione temporale è il riferimento: tutti acceleriamo ma sembra di rimanere sempre fermi come una motocicletta che è più stabile quando corre ad alta velocità . Ecco, tutti corriamo per non perdere posizioni, non per raggiungere un obiettivo.

Da qui la perdita del significato di quello che facciamo. Il tempo contratto è un elemento chiave, che porta al disagio. Se l’accelerazione è il problema, la risonanza (e non stare fermi) è la soluzione. Se non è possibile stare fermi, è possibile rimodulare la nostra relazione con il mondo.

Risonante è lo stato d’animo in cui sprofondiamo quando usciamo dal cinema, un concerto, un evento e capiamo che qualcosa si è aperto dentro di noi, qualche cassetto è stato aperto e si tocca con mano che ciò che conta nella vita delle persone è nell’infra.

Si tratta di una relazione a due sensi: il mondo incide su di me e viceversa. Non è una eco, anzi è una relazione responsiva in cui c’e in gioco l’altro con un esito mai scontato, con una dinamica di sfida.

Non si tratta di armonia o consonanza, anzi a volte sono i conflitti a diventare leva per la risonanza. Senza esperienze di risonanza il soggetto rischia di “ammalarsi”.

La scuola come spazio di risonanza e anche di alienazione: la scuola come asse di risonanza diagonale (noi, loro, le materie), il compito di portare alle materie non ha a che fare con il programma, perché le materie sono porzioni di mondo (entrare in contatto con la storia non è solo una questione di memorizzare date). Gli insegnanti sono testimoni di mondo, anche solo per il fatto che ogni materia è una porzione di mondo.

Rosa distingue tra competenza e risonanza, la prima implica possesso, appropriazione, criticando il modello implicito dietro le competenze in termini di capitale sociale (accumulo risorse che potrò usare dopo). La risonanza lavora sul mondo, sul qui e ora.

Dal lato insegnante è necessario pensarsi come diapason primario, che avvia e che fa vibrare, ma anche come secondo diapason, che reagisce sulle base delle vibrazioni dei ragazzi. Dal lato degli studenti cosa è il talento? La capacità di risonanza, direbbe Rosa.

A scuola tentiamo di avere rapporti di risonanza, di elaborare i momenti di alienazione. La risonanza non è un artificio filosofico, ma un bisogno. Sembrano prevalere indifferenza, relazioni strumentali sterili. Ecco che il metodo Eas è una terapia didattica per ricostruire spazi dove sia possibile ricostruire relazioni e risonanza.

Claudia Covri, IIS Don Milani (Montochiari)

L’Eas per il Don Milani è un dispositivo di risonanza. L’esperienza con il metodo Eas ha messo in crisi gli insegnanti, che hanno visto una risposta eccellente da parte dei ragazzi, un migliore livello di apprendimento e quindi ha aperto moltissime domande. Ecco qui il tema del “cassetto aperto”.

Le prime riflessioni sono cadute sugli spazi dell’aula e su quelli informali della scuola. Il progetto DADA è una delle proposte didattiche importanti che l’istituto sta vivendo. Il lavoro di design collaborativo è stato il primo passo per pensare alla scuola ideale per i ragazzi.

Come vivi la scuola? Come un palazzo, come un ospedale, come una casa, come un carcere, una scatola o una gabbia. Non solo sul fronte dei ragazzi, ma anche dei docenti, questo è un dato su cui riflettere per parlare di innovazione didattica.

Il progetto DADA sta producendo ottimi risultati: una maggiore autonomia, condivisione tra colleghi dello stesso dipartimento, una maggiore capacità relazionale e comunicativa. L’Eas diventa dispositivo per ripensare l’idea di scuola. E qui lavora in maniera forte il tema della valutazione di istituto e di autovalutazione come occasione di crescita e cambiamento per la scuola.

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