Cittadinanza e cultura digitale

Università Cattolica del Sacro Cuore

Italo Fiorin

Qual è il senso del lavoro del CSN giunto al sesto anno, all’ultimo biennio di attività? Quello di esplorare le questioni attorno alle Indicazioni, per incontrare il cambiamento. La prescrittività è un elemento che incontra la declinazione del curricolo, che ogni scuola deve elaborare: si tratta di un documento che non nasce per durare per sempre, ma anzi è destinato a cambiare per incontrare i cambiamenti della società e della scuola.

Alcuni aspetti si collocano in maniera nuova e così è decisivo lavorare per accompagnare la scuola nel cammino verso l’uso delle Indicazioni, promuovendo buone pratiche, ma anche per intercettare cambiamenti o elementi che conducono alla manutenzione del testo.

La logica non è quella delle rivoluzioni, del punto a capo, ma del contino e possibile rinnovamento grazie alla presenza di tre soggetti: scuola, università e società. Non a caso il documento è stato ripreso per essere riletto, con nuovi scenari, per capire cosa può essere modificato anche alla luce del panorama internazionale.

Oggi le raccomandazioni europee ci propongono le competenze chiave, con un aggiornamento importante, così come l’agenda 2030 che indica gli obiettivi della sostenibilità, per una realtà sostenibile. Lo stesso vale per il documento "Ripensare l'educazione" o "Educare alla cittadinanza mondial.

Essere cittadini oggi è più complesso. La scuola si trova in una condizione importante, in quanto luogo affidabile, per aiutare i ragazzi ad essere più consapevoli e responsabili.

Adriano Fabris

Viviamo in un’epoca complessa e interessante, il nostro ambiente e le forme di relazioni sono cambiare: siamo in un’epoca di sfide, come quella della formazione. La scuola è in prima linea. Qui la sfida consiste nel fatto che le possibilità di apprendimento sono enormemente ampliate, oltre i tempi e i luoghi della formazione. Oggi la formazione è continua e può compiersi ovunque, anche grazie ai device a disposizione. L’apprendimento tradizionale è messo in discussione.

Come nel documento delle Indicazioni, si tratta di insegnare la capacità di selezionare le informazioni, accedere all’informazione e risolvere problemi. Una condizione di base per essere cittadini responsabili: la capacità di essere cittadini digitali è condizione per essere cittadini a tutti gli effetti.

Tra i problemi segnalati nella società dell’informazione emerge quello della verità delle informazioni, della verifica delle informazione, fatti, discorsi verosimili o falsi vengono posti sullo stesso piano. Se un insegnante non insegna la verità delle cose, cosa deve fare allora? Le notizie e le informazioni passano per strutture e programmi dove il mezzo stesso sembra scomparire: non ci accorgiamo che le informazioni sono selezionate e fatte circolare in modo particolare. Abbiamo un accesso immediato, ma le notizie sono sempre filtrate secondo criteri non stabiliti da noi.

L’ordine delle notizie è spesso il risultato di programmi e non di persone, ecco che le azioni guidate dalle macchine spesso si scontrano con un discorso di verità. Certo non è un fenomeno nuovo.

Oggi le informazioni sono costruite in modo da produrre un senso, da raccontare storie, aiutando la nostra aspettativa di trovare un certo orientamento in ciò che incontriamo. Le narrazioni non si sono concluse, anzi ne abbiamo bisogno.

Questo ambiente (intreccio del bisogno di storie e la sfiducia nel poter fare riferimento a qualcosa che sia realmente vero) consente alle notizie false di proliferare. Nell’epoca della diffidenza crescente, il bisogno di credere si diffonde sempre di più, basta che ci sia un gruppo che la pensa come me.

Questo ha conseguenze precise per quel che concerne la nostra idea e pratica della cittadinanza, sul modo in cui possiamo formare le nuove generazioni alla cittadinanza responsabile, il cui presupposto è quello che individua la possibilità di esprimersi secondo verità, confrontandola con gli altri. Non si può bypassare la verità. Non è questione nuova certo.

Ci accontentiamo di opinioni e di narrazioni di bassa portata. Il legame tra democrazia e possibilità di un discorso vero si indebolisce. La scuola è chiamata a operare secondo un progetto educativo, forma le competenze che consentono di muoversi nella società attuale: insegnare l’autoregolazione, governare tempi e spazi del proprio lavoro, l’autovalutazione. In sostanza di educare al pensiero critico.

Pier Cesare Rivoltella

Tre idee e quattro affermazioni sintetiche, nella prospettiva di problematizzare e rilanciare il discorso.

1. idea del brainframe sostenuta da Derrick De Kerckhove in un libro datato, ma attuale. Cosa sostiene? Che le tecnologie (tutte, anche al scrittura) sarebbero psico tecnologie ovvero avrebbero la capacità di imporre una cornice alla nostra mente. La tecnologia dominante è legata al pensiero che sviluppiamo, pensiamo all’alfabeto fonetico completo che richiede il riconoscimento di grafemi e una lettura di tipo “causa-effetto”, finendo per produrre un pensiero basato sul principio di causalità, con una organizzazione sequenziale che favorisce il procedere argomentativo.

Ecco che questo dominio culturale produce un tipo di pensiero. Questa prima idea ci fa capire che quando parliamo di pensiero analogico ci riferiamo a questo brainframe alfabetico. Spesso lamentiamo una paura: che l'inserimento della tecnologia finisca per far perdere qualcosa di quel brainframe, liquidando ciò che si porta dietro.

2. Idea che corregge la neuromitologia secondo cui avremmo un cervello sinistro e destro specializzati (creativo o ingegneristico?). Si parla invece di un cervello alto e basso. Il cervello basso organizza input sensoriali, li confronta con le informazioni immagazzinate e usa i risultati per classificare e interpretare. Quello alto lavora per capire come raggiungere i suoi obiettivi, concepire e portare avanti dei piani.

A seconda di quali parti del cervello siano più o meno attive in ciascuno di noi, il libro propone quattro modalità principali di pensiero: la «modalità dinamica», la «modalità percettiva», la «modalità stimolativa» e la «modalità adattiva». Quattro stili: + alto e - basso, + basso e - alto, uso misto ben bilanciato, uso poco adeguato (ovvero soggetti orientati all’azione, poco riflessivi, adattabili, che seguono la corrente).

3. Pensieri veloci e lenti (Kahneman, 2011). Tra i primi: i riflessi inconsapevoli, per scappare dal pericolo ad esempio; i riflessi polisinaptici (come quelli condizionati di tipo pavloviano), come nel caso delle nostre routine che sorreggono le decisioni senza pensarci troppo, grazie alla ripetizione; le intuizioni: pensieri veloci alla base del lavoro creativo, che risultano dell’attivazione costante (ma non ordinata) di neuroni che agitandosi producono un pensiero geniale.

I secondi richiedono il vaglio analitico. Non si attivano se i tempi sono compressi. Un pensiero digitale non esiste, ma certo il digitale asseconda o stimola i pensieri veloci. Concorre a strutturare il brainframe digitale.

4 affermazioni: 1. I pensieri veloci cui sembriamo condannati, nella vita e nelle organizzazioni, servono. Fare uso di pensieri abduttivi, intuire, processare dati in parallelo, non essere concentrati solo su un problema per volta sono aspetti centrali che fanno parte di competenze fondamentali oggi e queste competenze si iscrivono dentro la logica della velocità. Inibirli sarebbe sciocco.

2. I pensieri lenti hanno la loro importanza: senza lentezza non c’è comprensione o lettura profonda come dice la Wolf. La lettura profonda non risiedenel buttare uno sguardo, in 7 secondi come il tempo medio dedicato a ogni singolo articoli. Questa mancanza viene rilevata dalle prove invalsi o nei test di ammissione universitari. Ma senza pensieri lenti è difficile argomentare.

3. La didattica dei media digitali e l’educazione ai media digitali stanno al centro allora, per provare a modificare alcune piste. Il digitale non è il problema, qui entra in gioco la didattica insieme allo sguardo educativo.

Una pedagogia del digitale lavora a costruire un cervello bilingue (Wolf), alto e basso, disponibile ed esperto sia verso i pensieri veloci sia verso i lenti. Alfabetico e digitale, una prospettiva di nuova alfabetizzazione o multi-literacy che apre alle competenze in chiave integrata, senza buttare nulla di ciò che il brainframe alfabetico ci regala e ciò che quello digitale fornisce per accedere al futuro e alla vita dei ragazzi.

Antonio Fini

Innalzare le competenze di base: alfabetiche, matematiche e digitali. Quella digitale diventa una competenza di base (Raccomandazione, 2018), ma molti documenti evidenziano per il nostro Paese una mancanza di strategia per il digitale. Al di là della percentuale di popolazione che ha competenze digitali, dove sono state ottenute? Attraverso la scuola? Forse.

Quando vediamo qualcuno di competente lo riconosciamo. A cosa serve word se non sappiamo scrivere? A cosa serve uno smartphone se non so distinguere una notizia vera da una falsa? Nell’ambito del digitale non ci sono indicazioni chiare, anche se in realtà un framework esiste ed è il DigiComp, ma anche le iniziative del CINI con le proposte di indicazioni nazionali per l’insegnamento dell’informatica nella scuola, il curricolo di educazione civica digitale con il sillabo del 2018. Nel frattempo le scuole sono andate avanti e hanno realizzato i loro curricoli digitali.

Il framework DigComp nella versione 2.1 non ha sostituito la precedente, la traduzione italiana è stata pubblicata da Agid, con una sottolineatura per il lavoro fatto dalla rete di scuole coordinate da Laura Biancato per un curricolo basato sul DigComp. Nel documento si utilizza la metafora del nuotatore: in senso orizzontale e verticale con diversi livelli (compiti semplici a partire dalla scuola dell’infanzia): dal livello base a quello intermedio, avanzato e altamente specializzato. Conoscere, comprendere, creare sono tre parole chiave che segnano un affondo.

Aree: informazione e alfabetizzazione, comunicazione e collaborazione, creazione di contenuti, sicurezza, soluzione di problemi. Posso essere più o meno bravo a nuotare, ma posso cambiare e perfezionare il mio livello, lavorare sulla mia competenza.

Enrico Nardelli

I temi della scuola sono radicati e non sono nuovi. Capire è fondamentale per poter decidere. La scuola è cambiata, come la società, per cui il tema delle competenze digitali diventa davvero importante.

Cos'è il pensiero computazionale? È un processo mentale per risolvere problemi, ma davvero è solo questo? Dal risolvere problemi al far risolvere problemi. Do we really need computational thinking? Comm. ACM, feb 2019 Si ha una risposta informatica ad un problema quando la soluzione è un processo che computa la risposta.

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