Storie di in-umana violenza

SMÀSCHERÀTI

Testi di Ivano Eberini

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Progetto sviluppato in collaborazione con Nicola Carmignani. Fotografia di copertina di Ivano Eberini. Modello: Massimo Rivi.

Prefazione

Questa storia inizia qualche mese fa a Modena, in una birreria che si chiama Keller. Mentre mangiamo una piadina, Nicola mi mostra Steller e mi spiega che è un'applicazione per lo 'storytelling'. A quel punto, ne sapevo esattamente come prima, ma, dopo una breve dimostrazione, le cose mi sono sembrate subito più chiare. Steller aiuta a comporre e a proporre storie, permettendo di combinare testo, video e immagini. Di quella serata non ricordo altro, se non ovviamente le piadine e la birra. Qualche giorno più tardi, mentre stavo sfogliando alcuni progetti pubblicati su Steller, mi è venuta un'idea: provare ad assemblare un progetto sulla violenza contro le donne. Questo si configura certamente come un tema delicato, che non sarei mai stato in grado di trattare con le mie sole capacità. Ho pensato quindi che mi avrebbero potuto aiutare i social media. Ho pensato che quella sarebbe stata la via giusta per coinvolgere persone sconosciute, con sensibilità e cultura diverse dalle mie, che avrebbero potuto complementare, integrare e arricchire la mia limitata visione della tematica scelta. Il primo pensiero è stato di proporre a Nicola, che mi aveva introdotto a Steller e che è esperto di social media, di collaborare con me al progetto. Ho scelto Nicola tra i tanti 'social media cosi', perché è una persona che fa sentire la sua presenza in rete in maniera sempre positiva, mostrando sensibilità e attenzione per le tematiche sociali. Mi sembrava quindi il candidato giusto per contribuire al progetto dal punto di vista culturale, dando anche un notevole apporto tecnico alla gestione di una materia a me abbastanza ostica. L'idea si è concretizzata nel reclutamento, attraverso i social media, di volontari che avessero un contributo da offrire alla tematica. Nello specifico una fotografia per ciascun partecipante, per le quali ho scritto didascalie che hanno la forma di brevissime storie. Il progetto, ancora in fase di completamento, ha riscosso parecchio interesse. Abbiamo ricevuto diverse fotografie, che io e Nicola abbiamo esaminato e selezionato. Le più interessanti sono state pubblicate in questo piccolo volume, accompagnate da brevi storie di violenza contro il genere femminile. Il titolo: "Smàscheràti", con la doppia accentazione, che rende ambiguo il senso della parola, disambiguandolo forzatamente, è un'idea di Matteo Zenatti. Massimo Rivi si è prestato a fare la parte del cattivo e ha offerto il suo copro tatuato alla copertina e alla storia che apre il progetto. Tra i collaboratori che hanno deciso di partecipare, Gabriele Pancani ci ha molto motivati a proseguire e integrare questo lavoro, oltre ad aver fornito una fotografia, che è entrata a far parte del lavoro. Grazie a Gabriele e alla sua voglia di diffondere un messaggio in cui crede con entusiasmo e tenacia, per avermi suggerito di scrivere questa prefazione. E grazie a tutti quelli che hanno preso parte o parteciperanno a questo progetto.

Fotografia di Ivano Eberini Modello: Massimo Rivi

Questo tuo inutile diario non ha nessun valore. È fatto soltanto di parole messe in sequenza. Tu alla loro sequenza presti molta attenzione. Tu scrivi con amore, esattamente nello stesso modo, l'unico modo, in cui sei capace di vivere. Questa cura e ricercatezza sono la manifestazione dell'amore che provi per gli altri e che alle volte non accetti, perché ti strappa in due, ti lacera. Io no. Non presto cura alle parole, non presto cura ai sentimenti e nemmeno a te. Dividiamo questo spazio, questa casa. Molto bene. Cercherò di trarre il massimo beneficio dalla tua presenza, senza mai vincolare la mia libertà; nel contempo m'impegnerò a limitare la tua, a fare in modo che tu non possa mai sfuggirmi. Senza di me non potrai più sorridere, né respirare. Sarò il tuo polmone d'acciaio; sarò il buio che ti avvolge, attraverso il quale non potrai scorgere alcuna via di fuga. Sarò tutto ciò che non hai mai immaginato prima e senza il quale non ti sembrerà nemmeno più di essere viva dopo.

Fotografia di Teresa Imbriani

Non è stato così fin da subito. All'inizio sembrava tutto normale, tutto tranquillo. Sì, qualche volta si arrabbiava per niente, urlava inferocito e mi sembrava di vedere le sue pupille diventare più grandi. Magari mi arrivava uno schiaffo, ma l'ho sempre giustificato, ho sempre pensato di non saper scegliere le parole giuste per fargli capire quanto l'amassi. Insomma, una mia carenza espressiva che non ci permetteva di comunicare nel modo giusto. Un'inezia da coprire con un po' di trucco, a proposito della quale nessuno mi ha mai chiesto nulla. Poi la situazione è peggiorata. Erano botte per qualunque non-motivo. Ogni pretesto era buono per farmi del male, per lasciarmi dei segni che con l'amore non avevano alcuna relazione. E in quella maledetta casa non c'era posto in cui nascondersi, nessun rifugio buono per il mio corpo e per quello che era rimasto del mio cuore. La sera in cui mi ha uccisa, l'ha fatto mentre ero sul pavimento vicino alla porta del soggiorno. Non ho pensato nemmeno per un attimo di scappare né di sottrarmi. Non volevo salvarmi da tutta quella solitudine e dallo squallore che aveva annientato le mie speranze e il mio futuro. Perché anche io avevo dei piani per la mia vita, avevo delle cose da fare. Avrei voluto cantare, mi sarebbe piaciuto cantare l'opera. Quando mi ha assestato il colpo che mi ha fratturato le vertebre cervicali con una mazza da baseball, avrei voluto dirgli "Davanti a Dio", come disse Tosca a Scarpia. Ma quella era una storia d'amore. La mia non lo è mai stata. Io non dissi nulla. Non credo che nessuno abbia sentito nemmeno il mio ultimo respiro.

Fotografia di Nicola Carmignani

Le sono sempre piaciute le rose. Le amava fin da quando era una bambina. Era sempre stata romantica, una grande romantica. Ormai settantenne, non si era arresa e continuava a pensare che avrebbe avuto diritto anche lei ad un po’ di felicità. Quando le venne promesso un marito, quando le venne raccontato che c’era qualcuno che l’aspettava, si sentì felice come non era mai stata. Passò i giorni ad immaginarsi come sarebbe stato avere accanto qualcuno che, finalmente, si sarebbe preso cura di lei. Qualcuno con cui avrebbe potuto condividere almeno l’ultima parte della propria vita. L'amica le assicurò che il marito la stava aspettando a Pola. Il giorno della partenza, si recò felice e riconoscente proprio da lei, a cui portò un mazzo di rose rosse per ringraziarla. Non immaginava che non sarebbe mai giunta alla meta di quel viaggio che aveva atteso con ansia e che si era figurata fin nei minimi dettagli. Poco dopo aver varcato la soglia di casa dell’amica, questa la colpì con un’ascia, la colpì ripetutamente, fino ad ucciderla, e ne raccolse il sangue in un secchio. La tagliò a pezzi, nove pezzi per l'esattezza, e la fece cuocere lentamente, con l'aggiunta di sette chili di idrossido di sodio. Non ci fece nemmeno del sapone con quel corpo. Svuotò la poltiglia in un pozzo nero. Il sangue, invece, non lo gettò via. Con quello ci fece dei dolci, che offrì agli ospiti e che mangiò anche lei stessa. Sparse i petali del mazzo di rose, che era rimasto in casa, sui gradini davanti all’ingresso e lì restarono, finché il tempo, la pioggia ed il sole non li degradarono, facendoli scomparire completamente. Aveva sempre amato i fiori, specialmente le rose. Questo testo è ispirato ad una storia vera.

Stone Hand 2014 Fotografia di Gabriele Pancani

Le fermò il viso nella sua grande mano sinistra e con la destra la colpì con forza. Il colpo la lasciò stordita. Le pareva di sentire l'odore del proprio sangue. L'orecchio sinistro fischiava e i suoni le sembravano ovattati. L'uomo le mise subito una mano fra le cosce. Quasi istantaneamente lei senti una sensazione spiacevole che partiva esattamente dal punto di contatto e risaliva veloce e diffusa lungo la schiena. “Sei solo un animale”, si ritrovò a pensare in maniera quasi automatica. Quando girò la testa, l’uomo era già nudo, in piedi, accanto a lei, mostrando un’erezione con la quale sapeva che presto o tardi avrebbe dovuto fare i conti. Le disse: "Muoviti!". La donna incominciò a spogliarsi e, per un istante, ripensò a quando era più giovane. A quando aveva amato così tanto un ragazzo, per il quale avrebbe fatto qualunque cosa. Quel giovane per cui ogni cosa avesse fatto sarebbe stata inutile, perché non esisteva alcun modo di salvarlo e di trattenerlo. Dopo di lui, sentì che non avrebbe amato mai più nessuno. Le lacrime cercarono di trovare una via di uscita, ma ormai sapeva controllarsi molto bene: sapeva che scoprirsi l’avrebbe solo resa più vulnerabile. Ritornò immediatamente in sé. Salì sull’uomo, che si era coricato supino. Pensava: “Speriamo che venga subito. Speriamo che faccia presto”. L’uomo aveva davvero voglia e nel giro di qualche minuto raggiunse quasi l’apice. Lo guardò mentre si irrigidiva, guardò il viso corrugarsi in una smorfia e sentì i colpi che diventavano più ritmici. “Sì, sì, sto venendo!”, gridò l’uomo. Lei sorrise, ma lui non la guardava e non si accorse di nulla. Stava pensando a tanti anni prima, quando quel ragazzo le aveva detto: “Nessuno ti può amare come ti amo io”. Nel giro di qualche minuto era tutto finito. La donna si alzò, guardò suo marito steso sul letto ed accese la radio. Una voce stava cantando: “Non sarò così forte, sufficientemente fredda come donna”. Si diresse verso il bagno per farsi una doccia calda prima di andare a dormire. Quando tornò in camera da letto, la musica era cambiata: “Sarebbe bello se fosse più semplice, sarebbe bello se fosse più amore”. Ma lei aveva ormai smesso di pensare.

Fotografia di Ilaria Pontone Scultura di Leonardo Lucchi

-Pronto, chi è? Pronto. -Ciao, sono io -Io chi? Mi scusi, ma non riesco a vedere il suo numero sul display del mio telefono. -Non importa. Io conosco il tuo. Sai che questa mattina, truccata in quel modo, eri bellissima. -Questa mattina? Ma chi sei? Come fai a sapere dove vivo e a che ora sono uscita questa mattina? -Io so tutto di te. Conosco il luogo in cui lavori, l’indirizzo di casa tua, le tue abitudini, i tuoi orari e il modo in cui muovi gli occhi. So tante cose di te. Mi piace osservarti. Lo faccio spesso, lo faccio sempre. -Mi stai spaventando. Ti prego di lasciarmi in pace, di non chiamarmi più. -Credi che, se anche non ti chiamassi più, saresti al sicuro? Ti sentiresti sicura a non sentirmi più, sapendo che ci sono, che sono sempre accanto a te, che osservo ogni tuo movimento? Volevo soltanto che sapessi questo. Solamente questo. Per ora.

Fotografia di Marko Morciano

Sono davvero bella, di una bellezza gelida che non lascia trasparire alcun sentimento. Non saprei dirvi se lo sono sempre stata oppure se questo processo sia avvenuto lentamente ed in maniera quasi impercettibile, un po' per giorno. Se guardo la mia fotografia nella carta di identità, rinnovata da appena tre anni, vedo una donna che non mi piace, una donna imperfetta e fragile. Questa era la donna che amavi e che non esiste più. Era una donna capace di ridere, piangere e sognare mondi che tu non saresti mai stato capace d’intendere. Era una donna che ti avrebbe difeso da tutto e da tutti, anche a costo di crearsi il vuoto intorno, anche a costo di sacrificare ogni interazione che non fosse costruttiva per il mostro che eravamo diventati. Un giorno hai incominciato a fare tutti quei discorsi strani, hai incominciato a parlarmi di cose che non capivo, mentre lentamente ti allontanavi da me, mentre ci separavamo. Ho sofferto la tua mancanza come non avrei mai immaginato, perché non sapevo prefigurarmi una vita senza di te. L'unico modo per sopravvivere al dolore è stato quello di concentrarmi su di me, di crearmi un'immagine che fosse antitetica alla mia situazione reale. Più soffrivo, più diventavo bella e fredda nell'aspetto e nei rapporti. L'unico modo per avere un po' di pace era cercare altri uomini, non negarmi mai. Ho un figlio, non credo che tu lo sappia. Il padre l'ho visto una volta e mai più. Sono stanca. Ho le gambe gonfie a causa del lavoro, che mi obbliga a stare in piedi per ore. Arrotondo come posso, ma questo lo sanno soltanto gli uomini disposti a pagare per fare ciò che non possono chiedere alle proprie mogli. Stamattina, mentre scendevo dall’automobile di un amico, ti ho visto. Mi sono avvicinata. Avrei voluto parlarti. Avrei voluto abbracciarti. Desideravo spiegarti, riempire tutto lo spazio ed il tempo che ci ha separati. Invece sono stata soltanto capace di buttarti una manciata di monete nel piattino, fingendo di non conoscerti. Mentre mi allontanavo, mi sono vista riflessa nella vetrina di un negozio: così bella che, di primo acchito, non mi sono nemmeno riconosciuta. Chissà se tu mi hai riconosciuta. Chissà cosa avrai pensato. Chissà che vita ti sarai immaginato per me. Mentre fuggivo da te con passo deciso, ho sperato che mi riconoscessi. Mi piacerebbe sapere se mi pensi, se mi desideri, se mi ami ancora, perché io non mi sono mai sentita così sola come in questo momento. [Perché immaginiamo una vita perfetta per gli altri, mentre non siamo nemmeno capaci di godere di quei rari istanti che ci tolgono il respiro? In questo caso, comunque, a togliermi il respiro è stato soltanto il tuo odore insopportabile.]

Fotografia di Sonia Golemme

Rapita. Segregata in una cantina buia. Credevo che sarei morta. Incatenata come una bestia. Credevo che sarei morta. Stuprata. Credevo che sarei morta. Obbligata a mangiare con le mani, sul pavimento, come un animale. Credevo che sarei morta. Picchiata a sangue. Credevo che sarei morta. Sporca e obbligata a urinare sul pavimento. Credevo che sarei morta. Un giorno, non saprei dopo quanti giorni, dopo quanti mesi, mi ha lasciata andare. Non riuscivo nemmeno più a camminare. Di nuovo libera. Credevo che sarei sopravvissuta. Mi sbagliavo.

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